Ricerca, le nozze con i fichi secchi

Pochi giorni orsono sono stati pomposamente pubblicati i risultati della valutazione dei Progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin), per l’anno 2008, con la lista dei programmi finanziati. Questi finanziamenti sono stati erogati con un ritardo così grave da rendere la nostra ricerca pubblica assolutamente priva di competitività con gli altri paesi. Ma non basta, oltre al danno c’è anche la beffa.
Infatti, la scarsa consistenza di tali finanziamenti, nella maggior parte dei casi, non permetterà di attuare i programmi approvati. Per ogni progetto di ricerca è stato infatti effettuato il cosiddetto “taglio all’italiana”, consistente in una decurtazione del finanziamento richiesto che va dal 30 a oltre il 40%.
Questo comportamento corrisponde alla solita cinica e misera politica di accontentare molti spendendo poco, con l’idea che la “gente italica” troverà il modo di arrangiarsi. Per rendersi conto di ciò di cui si parla, vale la pena spiegare come viene formato il giudizio finale da parte dei valutatori. I parametri presi in considerazione sono la rilevanza e l’originalità della ricerca, nonchè il potenziale avanzamento delle conoscenze rispetto allo stato dell’arte. Oltre alla rilevanza del progetto di ricerca, i valutatori hanno il compito di verificare l’esperienza e l’autorevolezza scientifica dei proponenti.
Poiché vengono finanziati solo i progetti che hanno ricevuto il massimo punteggio, ci dovremmo aspettare un’inondazione delle più prestigiose riviste internazionali, quali Nature e Science, con lavori scientifici di gruppi italiani.
La verità è che spesso si tratta di un gioco delle parti indotto dalla scarsità di fondi ministeriali. I valutatori italiani sanno che un progetto, per essere finanziato, deve raggiungere il massimo punteggio e quindi sono costretti a dare questo tipo di giudizio quando ritengono un programma meritevole.
I valutatori stranieri non danno mai il massimo del punteggio anche quando giudicano eccellente un programma.
Per cui, se un ricercatore ha la sfortuna di essere giudicato da valutatori stranieri, corre il rischio di essere escluso anche se migliore di altri. Sembra lecito assumere che tra i programmi approvati ci siano alcuni che non corrispondano a parametri di assoluta eccellenza e altri, pur se ottimi, abbiano una scarsa probabilità di essere realizzati a causa di finanziamenti ridotti a poco più di una mancia.
Con un ritardo di due anni nell’erogazione delle risorse comunque insufficienti, è come pretendere che in una gara ciclistica, un corridore arrivi primo partendo in ritardo con una bicicletta da passeggio! Come è possibile che il ministro non si accorga della ridicola incongruenza tra le valutazioni e il supporto finanziario, che per la sua inconsistenza, appare offensivo se non provocatorio? Il tutto appare ancora più grottesco se si considerano i proclami sull’avvento di una nuova e radiosa stagione della ricerca e dell’università nel nostro paese, avviata da adeguati finanziamenti elargiti sulla base del merito, premiando quindi l’eccellenza.
Proclami miseramente naufragati in una ricetta a base di “pizza e fichi” con effetti frustranti per le aspettative delle giovani generazioni di ricercatori e devastanti per la nostra credibilità e competitività scientifica a livello internazionale.
Risulta disperante la miopia e l’incapacità di chi ci governa di capire come investire risorse nella ricerca e nell’istruzione universitaria, anche in un momento di crisi economica, sia assolutamente vitale per il futuro del nostro paese. Quella di non investire risorse, anche a costo di sacrifici, nei punti nevralgici di una società civile, sembra una inquietante pratica generalizzata del potere politico così intriso di cinismo e incompetenza come testimoniato dai curricula assolutamente inconsistenti di alcuni ministri.
Un esempio su tutti riguarda la legge sul cosiddetto “processo breve” la cui applicazione tradirà sicuramente quei fini per i quali viene sbandierata. Come per la ricerca, anche per la giustizia, la soluzione al problema dei processi troppo lunghi dovrebbe essere quella di rendere più efficiente la macchina giudiziaria attraverso la dotazione di adeguate risorse finanziarie, reclutamento di nuovo personale a tutti i livelli e adeguamento dei supporti tecnologici. Al posto di tutto ciò, è stata cinicamente proposta la prescrizione dopo un numero di anni inferiore alla durata media dei processi, interrompendoli quindi prima della formazione delle sentenze. Così, verranno eliminati gli effetti senza rimuovere le cause per la felicità di molti criminali e la disperazione di tutti quelli che non potranno più avere giustizia.
In maniera analoga, invece di eliminare le cause della disastrosa situazione della ricerca pubblica, l’inadeguatezza delle risorse rischia di eliminare gli effetti, nel senso dei risultati scientifici, attuando così di fatto un’innovativa “ricerca breve o nulla”.
Comunque, niente paura e animi giulivi.
Ci possiamo infatti consolare pensando che, mentre la ricerca e l’università versano in condizioni drammatiche, c’è chi propone con enfasi l’istituzione di un ateneo del gusto presso l’Università La Sapienza in accordo con il Comune di Roma. Come sempre, da noi finisce tutto a “tarallucci e vino”.

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